La musica nel mondo di Murakami

Durante questa insaziabile e fugace estate, mi è capitato di ritrovarmi tra le mani un libro da una inebriante rilegatura. A sud del confine, a ovest del sole è un romanzo scritto nel 1992 dal famoso saggista e scrittore giapponese Haruki Murakami. Come nel suo antecedente libro “Norwegian Wood”, Murakami mi ha stupito per la sua scelta narrativa: La musica,che accompagna sempre il nostro protagonista Hajime, risuona nella mente ad ogni sillaba letta.  Qui le note di Liszt, di Duke Ellington, Mozart, Casablanca diventano chiave di lettura, simile ad una porta che riesce stimolando la fantasia a visualizzare perfettamente nei dettagli, l’atmosfera in cui stanno vagando le pedine dello scrittore. Murakami riesce a manomettere l’immaginazione del lettore, spezzando la cornice di parole in corso, donandoci una canzone per momento, che viene nella narrazione ascoltata e quindi la fusione di musica e eventi narrati impersonifica esattamente l’immagine offertaci da Haruki. Come dice Joyce, è questa l’arte: comprendere la bellezza di quell’immagine, aiutati da un elemento artistico che non si riscontra obbligatoriamente nella scrittura. Il mezzo che apre le porte della prigione dell’anima.

Adagio, umilmente, esprimere, tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch’essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione dell’anima, un’immagine di bellezza che siamo giunti a comprendere: questa è l’arte.

JAMES JOYCE

 

Quindi come poter lasciare un segno indelebile sulla  memoria del lettore,che possa ricollegare il suo pensiero,scaturito dopo anni da qualcosa di esterno, direttamente al tuo libro? Il nostro Murakami ritiene la risposta sia la musica. Ed ecco che risentendo per sbaglio alla radio la vecchia canzone dei  Beatles “NorwegianWood” o “With a little help from my friends” di Joe Cocker, credi di star ancora vedendo Toru incasinato e trasalito per le sue scelte difficili in giro per  Tokyo,in cerca di Midori.

O ancora ritrovandosi a canticchiare Pretend, riavvolgere il nastro dei ricordi per andare a ripescare Shimamoto  e Hajime quasi completamente al buio ad ascoltare nella verandina antichi dischi jazz.

 

 

“Ricordo che la luce non era accesa e la fiammella della stufa proiettava un debole bagliore sul muro, coprendolo di riflessi rossi. Nat King Cole cantava Pretend. Non capivamo affatto il significato di quelle parole in inglese, che per noi erano come delle formule magiche. Adoravamo quella canzone e l’avevamo ascoltata così tante volte che riuscivamo a cantarla per imitazione”

 

” Della raccolta del padre di Shimamoto, il disco che amavo di più era quello dei concerti per pianoforte e orchestra di Liszt, il n 1 sul lato A e il n 2 sul lato B. Mi piaceva per due motivi: primo, aveva una copertina molto bella, secondo, non c’era nessuno di mia conoscenza a parte Shimamoto che avesse mai ascoltato i concerti di Liszt. Era un’idea emozionante…[..] Ascoltare i concerti per pianoforte e orchestra di Liszt significava, per me, spingermi un gradino più in alto nella scala della vita.”

 

 

Così Murakami ci consegna dei quadri e dei piccoli cortometraggi, delle immagini dipinte da noi stessi, avendo però lo schizzo a matita di uno degli scrittori più importanti del nostro tempo, di cui inoltre conosciamo la colonna sonora.

 

Paola Zamataro

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2 Responses

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