articolo eva

Il sole scende delicatamente dietro il mare, cede il posto alla luna lasciando dietro sé quella scia rosata come un velo di zucchero che cosparge il cielo della leggerezza che tutti vorrebbero a fine giornata. Quella luce così decisa,delicata e al tempo stesso intensa che mette una strana sensazione di malinconia, quasi surreale, attraversa il corpo con la leggera soddisfazione di aver vissuto questa giornata ma con la consapevolezza dell’imminente fine. Ogni giorno nasciamo viviamo e moriamo. Sopravviviamo al caos della vita, delle persone che ci sbattono addosso caricandoci di inumane pesantezze. Ma tutto questo ci permette davvero di vivere? Possiamo considerare “vita” aspettare lo scorrere dei giorni inseguendo soddisfazioni che una volta ottenute sanno di nulla? A che scopo? Il successo, il potere, le approvazioni, la brama di essere ammirati, accettati. E’ davvero questa la vita che siamo destinati a vivere? Una volta arrivati alla fine cosa avremo? Approvazione? Gloria? Successo? No. Non avremo nulla, avremo i fantasmi di qualcosa di inconcreto, inutile e lontano. Non ce ne faremo nulla di tutte le acclamazioni, dei voti alti, del successo lavorativo. Cercheremo con la memoria il ritmo di quella canzone ascoltata in gita nel bus in seconda media. Il profumo del petto della mamma. Il sapore del primo bacio. Il colore delle guance in montagna, il rumore della pioggia. Il pomeriggio in campagna a far rotolare i cerchioni delle Jeep giù per la collina fangosa, la sensazione del mare che ci circonda. La fragorosa risata del più caro amico, le luci del cielo la notte o il profumo della terra bagnata le mattine d’ottobre. La frase più convincente di un buon libro letto all’ombra. Brameremo ardentemente tutto ciò che realmente ci ha fatti sentire vivi. Tutto quello che solo la natura può darti, e che nonostante tutto prova sempre a ricordarti che lei è lì che aspetta te, che richiama al grembo i propri figli per vivere una vita così piena da sembrare un battito di ciglia, chiama i propri figli con la stessa disperazione di una madre intenta a convincere il figlio a leggere un libro invece di guardare la televisione. Perchè ci allontaniamo da tutto ciò che ci ricorda che anche noi abbiamo vissuto l’età della felicità, della semplicità dove tutto era meraviglia, dove sole e pioggia erano mamma e papà. Dove cercavamo il contatto con la terra, con gli animali, con noi stessi davvero e con gli altri senza secondi fini? Dove siamo noi davvero? Il nostro vero noi, non quello accecato dai grandi palazzi grigi a specchio riflettenti la versione di un cielo blu ma freddo. Un tramonto qualunque di una qualunque e comunissima giornata di dicembre Lester stava sdraiato noncurante della neve che sotto il suo peso scricchiolava e moriva lentamente lasciandolo sprofondare sempre più giù, quasi come a portarlo al centro della terra, verso l’inferno. Perchè era lì che Lester si sentiva. Il 22 dicembre dell’anno X per tutti era un giorno qualunque, le persone si muovevano come formiche avanti e indietro senza identità nè volto, senza respirare o alterare i passi, semplicemente comparse di una città X che si trovava in un mondo X in una galassia X nell’universo. E proprio quel giorno in quel momento, anzi, 9 ore fa per l’esattezza, Lester aveva ricevuto la notizia che incuriosisce e impaurisce ogni uomo: la propria sentenza di morte. Semplicemente Lester quella mattina si svegliò e scoprì che tra un anno sarebbe morto. Esattamente il 22 dicembre dell’anno Y. Come lo sapeva? Questo non posso dirvelo, ma lui sapeva esattamente che sarebbe morto quel giorno in quel preciso punto X all’ora X, proprio dove la neve lo avvolgeva come una morsa mortale chiamandolo già a sé. Ma Lester ora si chiedeva: Cosa aveva fatto in questi 36 anni? Nulla, sostanzialmente nulla. Per carità era un avvocato di successo, giovane e brillante l’orgoglio della famiglia Smith. Il pupillo del Sig. Smith, voti a scuola eccelsi, il migliore della squadra di calcio. Un qualunque genitore di un qualunque paese, mondo, città e universo non poteva aspirare ad un figlio migliore di Lester Smith. Mai, ma proprio mai Lester si era permesso uno sbaglio, una leggera sbornia, una distrazione, un tiro di sigaretta. Nulla, Lester aveva successo, soldi, stava con una ragazza carina ed intelligente di nome Carry. Si alzava ogni mattina e Carry era già in perfetto atelier con il suo caschetto biondo impeccabile e il trucco leggero ma abbastanza presente da darle quell’aria da adulta sofisticata che spesso il makeup affigge sul volto delle trentenni con troppa voglia di invecchiare e raggiungere l’età che hanno dentro. Lester iniziò ad osservare, nella neve che ormai gli aveva inzuppato giacca, berretto e capelli, come la sua vita perfetta gli facesse tremendamente schifo. Si rese conto di non avere qualcosa di cui andare davvero fiero. Così quella mattina era andato all’ufficio. Con decisione prese il suo computer, con nonchalance aprì la finestra e lo lasciò cadere come un vecchio scontrino lasciato nello zaino per qualche mese di troppo. Senza dire una parola uscì per non farsi più vedere. Era dunque l’ebrezza di guardare quel pc scendere sempre più in basso, più giù come se qualcuno da sotto fosse pronto a prenderlo. Guardarlo schiantarsi fragorosamente, in mille pezzi. Il plasma inondava il monitor ancora bloccato e lui inerme poteva solo guardare come quell’onda nera colma di inesistenza di estendeva lungo la sua vita. Si rese conto di aver provato allora una piccola scossa. Si, perché per la prima volta nella mente di Lester si iniziò a produrre quella particolare sostanza chiamata adrenalina che caratterizza l’eccitazione e la voglia di vivere scaricata dalle montagne russe o un estremo divertimento. Poi lentamente si trasformò in ansia che sparì alla consapevolezza di avere solo altri 364 giorni per capire di cosa fosse fatto il mondo. Per capire chi fosse Lester Smith, quali sogni aveva, quali sogni poteva avverare e quali invece sarebbero stati scoperti per restare tali. Che gusto di pizza prendeva davvero Lester? Chissà se gli piaceva la birra. Forse a Lester sarebbe piaciuto un tatuaggio o un cane che potesse cagare nel perfetto giardino inglese di Carry. Aah Carry, quella povera donna sarebbe stata la prossima cosa che Lester avrebbe lanciato dalla finestra. Così perfetta da essere irreale, Lester non aveva mai raggiunto davvero un orgasmo con il meccanismo spassionato del corpo florido e scolpito della sua ragazza di latta. Quel pomeriggio, quel tramonto ora per la prima volta, stavano avendo una valenza. Lester si rese conto che non sarebbero tornati mai più. Ormai era sera, fare qualcosa di travolgente e impulsivo non avrebbe fatto che rovinare il suo sonno e ormai anche il sonno aveva una priorità. Certo tra 364 giorni avrebbe dormito in eterno, ma non è il tipo di sonno di cui parliamo noi. Quel sonno non lo senti mentre quando dormi, nel tuo bel letto comodo dove il materasso ormai ondeggia curvandosi alle tue forme coccolandoti come una dolcissima amante, lì dormi davvero di soddisfazione. Il torpore appena svegli, la sensazione degli occhi gonfi al mattino e la pelle morbida di riposo. Sottovalutiamo tutti la bellezza e la poeticità del dolce far niente di una bella dormita. Quando dormiamo pensiamo di aver perso tempo, giusto? Ma vivere il momento, per davvero, non è anche seguire ogni istinto e bisogno? Vivere l’attimo non vuol dire darsi ad attività estreme e talvolta stupide o stare fuori ogni secondo. Ma anche soddisfare l’esigenza di un’ora di riposo. Vivere l’attimo è vivere lentamente, non lasciarsi travolgere dalla velocità con cui la terra gira. E’ una sorta di magia che permette all’uomo di fermare il movimento degli astri e controllare il tempo, 2 anni possono diventare una vita. Il che non intende che siano stati noiosi. Talvolta un anno è breve semplicemente per il forte desiderio che finisca, altre volte lungo per l’esigenza di viverlo il più possibile. Quello, Lester, sperava durasse una vita intera.

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