PRIMA PARTE

Il sole scende delicatamente dietro il mare, cede il posto alla luna lasciando dietro sè quella scia rosata come un velo di zucchero che cosparge il cielo della leggerezza che tutti vorrebbero a fine giornata. Quella luce così decisa e delicata al tempo stesso intensa che mette una strana sensazione di malinconia, quasi surreale attraversa il corpo con una leggera soddisfazione di aver vissuto questa giornata ma con la consapevolezza dell’imminente fine. Ogni giorno nasciamo viviamo e moriamo. Sopravviviamo al caos della vita, delle persone che ci sbattono addosso caricandoci di inumane pesantezze. Ma tutto questo ci permette davvero di vivere? Possiamo considerare “vita” aspettare lo scorrere dei giorni inseguendo soddisfazioni che una volta ottenute sanno di nulla? A che scopo? Il successo, il potere, le approvazioni, la brama di essere ammirati, accettati. E’ davvero questa la vita che siamo destinati a vivere? Una volta arrivati alla fine cosa avremo? Approvazione? Gloria? Successo? No. Non avremo nulla, avremo i fantasmi di qualcosa di inconcreto, inutile e lontano. Non ce ne faremo nulla di tutte le acclamazioni, dei voti alti, del successo lavorativo. Cercheremo con la memoria il ritmo di quella canzone ascoltata in gita nel bus in seconda media. Il profumo del petto della mamma. Il sapore del primo bacio. Il colore delle guance in montagna, il rumore della pioggia. Il pomeriggio in campagna a far rotolare i cerchioni delle Jeep giù per la collina fangosa, la sensazione del mare che ci circonda. La fragorosa risata del più caro amico, le luci del cielo la notte o il profumo della terra bagnata le mattine d’ottobre. La frase più convincente di un buon libro letto all’ombra. Brameremo ardentemente tutto ciò che realmente ci ha fatti sentire vivi. Tutto quello che solo la natura può darti, e che nonostante tutto prova sempre a ricordarti che lei è lì che aspetta te, che richiama al grembo i propri figli per vivere una vita così piena da sembrare un battito di ciglia, chiama i propri figli con la stessa disperazione di una madre intenta a convincere il figlio a leggere un libro invece di guardare la televisione. Perchè ci allontaniamo da tutto ciò che ci ricorda che anche noi abbiamo vissuto l’età della felicità, della semplicità dove tutto era meraviglia, dove sole e pioggia erano mamma e papà. Dove cercavamo il contatto con la terra, con gli animali, con noi stessi davvero e con gli altri senza secondi fini? Dove siamo noi davvero? Il nostro vero noi, non quello accecato dai grandi palazzi grigi a specchio riflettenti la versione di un cielo blu ma freddo.
Un tramonto qualunque di una qualunque e comunissima giornata di dicembre Lester stava sdraiato noncurante della neve che sotto il suo peso scricchiolava e moriva lentamente lasciandolo sprofondare sempre più giù, quasi come a portarlo al centro della terra, verso l’inferno. Perchè era lì che Lester si sentiva. Il 22 dicembre dell’anno X per tutti era un giorno qualunque, le persone si muovevano come formiche avanti e indietro senza identità nè volto, senza respirare o alterare i passi, semplicemente comparse di una città X che si trovava in un mondo X in una galassia X nell’universo. E proprio quel giorno in quel momento, anzi, 9 ore fa per l’esattezza, Lester aveva ricevuto la notizia che incuriosisce e impaurisce ogni uomo: la propria sentenza di morte. Semplicemente Lester quella mattina si svegliò e scoprì che tra un anno sarebbe morto. Esattamente il 22 dicembre dell’anno Y. Come lo sapeva? Questo non posso dirvelo, ma lui sapeva esattamente che sarebbe morto quel giorno in quel preciso punto X all’ora X, proprio dove la neve lo avvolgeva come una morsa mortale chiamandolo già a sè. Ma Lester ora si chiedeva: Cosa aveva fatto in questi 36 anni? Nulla, sostanzialmente nulla. Per carità era un avvocato di successo, giovane e brillante l’orgoglio della famiglia Smith. Il pupillo del Sig. Smith, voti a scuola eccelsi, il migliore della squadra di calcio. Un qualunque genitore di un qualunque paese, mondo, città e universo non poteva aspirare ad un figlio migliore di Lester Smith. Mai, ma proprio mai Lester si era permesso uno sbaglio, una leggera sbornia, una distrazione, un tiro di sigaretta. Nulla, Lester aveva successo, soldi, stava con una ragazza carina ed intelligente di nome Carry. Si alzava ogni mattina e Carry era già in perfetto atelier con il suo caschetto biondo impeccabile e il trucco leggero ma abbastanza presente da darle quell’aria da adulta sofisticata che spesso il makeup affigge sul volto delle trentenni con troppa voglia di invecchiare e raggiungere l’età che hanno dentro. Lester iniziò ad osservare, nella neve che ormai gli aveva inzuppato giacca, berretto e capelli, come la sua vita perfetta gli facesse tremendamente schifo. Si rese conto di non avere qualcosa di cui andare davvero fiero. Così quella mattina era andato all’ufficio. Con decisione prese il suo computer, con nonchalance aprì la finestra e lo lasciò cadere come un vecchio scontrino lasciato nello zaino per qualche mese di troppo. Senza dire una parola uscì per non farsi più vedere. Era dunque l’ebrezza di guardare quel pc scendere sempre più in basso, più giù come se qualcuno da sotto fosse pronto a prenderlo. Guardarlo schiantarsi fragorosamente, in mille pezzi. Il plasma inondava il monitor ancora bloccato e lui inerme poteva solo guardare come quell’onda nera colma di inesistenza di estendeva lungo la sua vita. Si rese conto di aver provato allora una piccola scossa. Si, perchè per la prima volta nella mente di Lester si iniziò a produrre quella particolare sostanza chiamata adrenalina che caratterizza l’eccitazione e la voglia di vivere scaricata dalle montagne russe o un estremo divertimento. Poi lentamente si trasformò in ansia che sparì alla consapevolezza di avere solo altri 364 giorni per capire di cosa fosse fatto il mondo. Per capire chi fosse Lester Smith, quali sogni aveva, quali sogni poteva avverare e quali invece sarebbero stati scoperti per restare tali. Che gusto di pizza prendeva davvero Lester? Chissà se gli piaceva la birra. Forse a Lester sarebbe piaciuto un tatuaggio o un cane che potesse cagare nel perfetto giardino inglese di Carry. Aah Carry, quella povera donna sarebbe stata la prossima cosa che Lester avrebbe lanciato dalla finestra. Così perfetta da essere irreale, Lester non aveva mai raggiunto davvero un orgasmo con il meccanismo spassionato del corpo florido e scolpito della sua ragazza di latta. Quel pomeriggio, quel tramonto ora per la prima volta, stavano avendo una valenza. Lester si rese conto che non sarebbero tornati mai più.
Ormai era sera, fare qualcosa di travolgente e impulsivo non avrebbe fatto che rovinare il suo sonno e ormai anche il sonno aveva una priorità. Certo tra 364 giorni avrebbe dormito in eterno, ma non è il tipo di sonno di cui parliamo noi. Quel sonno non lo senti mentre quando dormi, nel tuo bel letto comodo dove il materasso ormai ondeggia curvandosi alle tue forme coccolandoti come una dolcissima amante, lì dormi davvero di soddisfazione. Il torpore appena svegli, la sensazione degli occhi gonfi al mattino e la pelle morbida di riposo. Sottovalutiamo tutti la bellezza e la poeticità del dolce far niente di una bella dormita. Quando dormiamo pensiamo di aver perso tempo, giusto? Ma vivere il momento, per davvero, non è anche seguire ogni istinto e bisogno? Vivere l’attimo non vuol dire darsi ad attività estreme e talvolta stupide o stare fuori ogni secondo. Ma anche soddisfare l’esigenza di un’ora di riposo. Vivere l’attimo è vivere lentamente, non lasciarsi travolgere dalla velocità con cui la terra gira. E’ una sorta di magia che permette all’uomo di fermare il movimento degli astri e controllare il tempo, 2 anni possono diventare una vita. Il che non intende che siano stati noiosi. Talvolta un anno è breve semplicemente per il forte desiderio che finisca, altre volte lungo per l’esigenza di viverlo il più possibile. Quello, Lester, sperava durasse una vita intera.

SECONDA PARTE

Il giorno seguente, il sole sorse come ogni mattina. La vita riprendeva, la gente si animava, gli uccelli iniziavano a cantare e volare per la città come piccole fate che preparavano il mondo al giorno. Si stava nascendo. Il mattino è la fascia oraria in cui la quiete domina la tempesta immanente. Tutto è troppo intorpidito per dare fastidio in alcun modo, persino la luce del sole. Lester si alzò presto, scalzo lasciò che il freddo pavimento gli svegliasse i piedi fino alla cucina in cui Carry aveva già lasciato pronto tutto. Pancake con un caffè ristretto che sapeva di veleno. Il caffè, non l’ho mai capito. Perché bere qualcosa di amaro e viscido per svegliarsi invece di dormire e riposarsi un po’? Lester si prefissò di mangiare in fretta, e con sensi di colpa, quella che si era ripromesso sarebbe stata l’ultima colazione perfetta preparata da Carry. Ma proprio quando stava per sedersi, gli venne una voglia matta di uova strapazzate. Allora accantonò quei pancake da foto su Pinterest e prese delle uova dal frigo senza pensarci due volte. Il frizzante rumore della frittura richiamò l’attenzione della ragazza che già in “divisa” si preparava ad essere Carry. «Lester, che stai facendo?» chiese con quella voce dedicata e squillante che rimbombava nelle orecchie di Lester come un eco lontano e impalpabile.”Non vedi? Sto cucinando.” Rispose senza sollevare la concentrazione dalle sue uova.”Questo lo vedo benissimo, ma avevo già preparato io la colazione. E poi perché stai facendo colazione con il salato? Lo sai che l’odore mi dà fastidio la mattina.” L’eco si faceva sempre più distante.” Ecco Carry, di questo dovremmo parlare” una breve pausa silenziosa conteneva il denso punto interrogativo sospeso tra i due.”Non credo abbia senso la nostra relazione” Lester, forse per menefreghismo o poco coraggio, continuava a cucinare quelle uova ormai troppo cotte per avere un buon sapore. “Cosa vuoi dire?” Insisteva Carry consapevole delle intenzioni del ragazzo, ma l’arroganza e l’orgoglio che tanto stonavano con i dolci e fanciulleschi lineamenti della sua figura, le imponevano la voglia di violentare Lester nel dire apertamente e senza intoppi quello che ormai si respirava già nell’aria. “Che non ti amo. Non so nemmeno se ti abbia mai amata, credo però che nemmeno tu l’abbia mai fatto. Credo che entrambi amassimo solo l’idea di noi due insieme. Ma adesso io nemmeno quella” Il silenzio esplose quasi rumorosamente nella stanza creando una densa nuvola di disagio e confusione sospesa tra le teste dei due. Solo le uova ,ormai dimenticate, continuavano a chiacchierare con quel fragoroso scricchiolio finche Lester non spense la fiamma e se le versò in un piatto. Carry continuava impietrita a fissarlo con disapprovazione, ogni muscolo sul viso di lei sembrava di pietra, mentre quelli di lui si scioglievano come ghiaccio al sole di Luglio. Non aveva nemmeno soppesato o ascoltato davvero le parole del ragazzo, nella sua testa significavano solo un “è lui che mi sta lasciando” così tagliente da far rabbrividire l’orgoglio. Con tutta la rabbia racchiusa in quelle piccole e affusolate mani, spinse il piatto di Lester giù dal tavolo.”Guardami mentre parliamo! Come fai a dire una cosa simile così? Mi merito forse questo? Dopo cinque anni che ho dedicato a te!” Tratteneva le lacrime a fatica e le mani le tremavano leggermente dal nervoso. “ Scusami hai ragione.” Le fece cenno di sedersi e così lei fece. Ora lui era dolce nello sguardo, Carry era comunque stata la sua ragazza e di certo non la causa delle sua infelicità. Lui era stata la causa della sua infelicità. Carry era solo una vittima, come lui, di quel circolo vizioso di stupide aspirazioni in cui egli stesso vagava fino ad un giorno fa. “Carry, io ti voglio bene, sei una ragazza fantastica. A dir poco perfetta. Proprio questo è forse il problema. Ho passato la mia vita ad aspirare alla perfezione, solo ora mi accorgo di quanto sia astratta e insapore. Non so nulla su di me, non mi conosco. Come faccio ad amare te senza sapere chi sono? Senza sapere chi sei.” Ora le lacrime le rigavano le guance di pesca. Quegli occhi sempre composti sembravano così grandi ed ingenui umidi di lacrime. Era la prima volta che vedeva Carry piangere. Era la prima volta che effettivamente vedeva un emozione forte sul suo viso. Era talmente bella da togliere il fiato, sembrava una bambina travestita da adulta. E forse lo era davvero.
Riuscì a pescare un’ultima goccia di coraggio per non lasciarsi niente d’irrisolto alle spalle. “Carry, so che non riesci a capire quello che sto dicendo, forse non lo capirai mai. Penserai per sempre di aver buttato questo tempo dietro ad uno stronzo e forse è così e forse no. Forse tra qualche anno sarai con un uomo mille volte migliore di me e nemmeno ripenserai al tempo passato insieme. Di certo però non ho mai avuto l’intenzione di ferirti. “ ovviamente le parole di Lester furono solo fiato buttato lì, nell’aria della stanza già pesante di per sé. Carry non apriva bocca, restava con lo stesso sguardo impassibile a guardarlo mentre le lacrime le scendevano lungo quelle guance di pesca senza che le controllasse. Probabilmente nemmeno lei trovava una ragione particolare che la facesse lottare per la loro relazione. Lester lavò ciò che aveva usato per la colazione mentre Carry restava seduta nella sedia in silenzio, con lo sguardo perso nel vuoto a seguire il filo invisibile dei suoi pensieri. Chissà dove la portavano. A Lester ormai importava poco, si sbrigò e salì nella stanza per prendere le sue cose e andare via. Ma preso dall’euforia degli eventi non si pose una domanda importante: andare dove? Non ne aveva idea. Intanto riempiva borsoni di roba inutilmente essenziale e la valigia con vestiti e scarpe. Mentre cercava di creare spazio per tutto, notò la sciarpa che sua sorella Lea le aveva lavorato a maglia qualche Natale così lontano da essere stato totalmente rimosso. Lea con i suoi freschi 24 anni, aveva l’allegria delle mattine estive in barca e il sorriso di chi dalla vita sa prendere il meglio. Aveva sempre considerato sua sorella un fallimento, ma ora rappresentava tutto quello che lui stesso desiderava essere. Viveva con suo figlio Oscar di soli 7 anni in un appartamento arredato con colori pastello e pallet di legno ripescati da scarti di qualche fruttivendolo in città. Viveva di ciò che la fotografia riusciva a darle e le andava bene così, le piaceva pensare di possedere chissà quale potere mistico che le permetteva di cogliere gli attimi piccoli ma più importanti della vita della gente. Pensò che finché non avesse trovato un luogo alternativo sarebbe potuto andare da lei, tornare dai suoi era fuori discussione. Sistemato tutto si avviò verso la porta, Carry si era già sistemata il trucco ed era tornata perfetta come sempre. C’era qualcosa in lei di strano che Lester non riuscì a spiegarsi, il suo sguardo gli colpì qualcosa dentro la testa e gli procurò una contrazione alla pancia che non riuscì a capire ma gli fece aumentare la voglia di uscire da quella porta al più presto. “Dove andrai?” chiese con la sua voce composta ma più bassa. “Da Lea” passò un secondo di silenzio, Carry si voltò e andò in qualche stanza a caso pur di non vederlo andar via. La porta sembrò essere stata chiusa da nessuno dei due. Come se una presenza infastidita e pesante la chiuse al posto loro, stanca di quella situazione di tedio e freddezza.
L’aria quel giorno sembrava più fresca, Lester si riempì i polmoni di ossigeno e lasciò che il sole gli bruciasse gli occhi. Per fortuna che il sole era lì, tutto sembra meno grave o pesante alla luce del giorno. La gente fuori continuava freneticamente a vivere o sopravvivere, poco importa. In macchina la radio trasmetteva musica commerciale e ogni canzone sembrava orecchiabile, certo niente di particolare ma Lester pensava a cosa avrebbe fatto. Voleva andare in un luogo caldo, tranquillo e pieno di vita. Pensò a quelle piccole isole nel Sud Africa che avevano solleticato la sua curiosità da ragazzo in un programma di geografia. Era un luogo senza vulcani, senza specie pericolose, senza pensieri e preoccupazioni. Un luogo in cui Dio aveva concentrato la sua attenzione in ogni minimo dettaglio.
Arrivato da Lea pensava alla reazione che avrebbe potuto avere la sorella nel vederlo. La notevole differenza di età non permise mai a nessuno dei due di stringere un vero e proprio rapporto fraterno. Lea dal suo canto bramò l’affetto del fratello disperatamente da piccola, ogni suo gesto, ogni suo obiettivo cercavano l’approvazione di Lester che, preso dalla sua vita e dalle sue preoccupazioni, non notava nemmeno l’esistenza di Lea. Al citofono rispose Oscar con un “Pronto?” non sapendo ancora distinguere il telefono dal citofono. “Oscar, sono lo zio Lester, potresti aprirmi?” dopo qualche rumore molesto, probabilmente della cornetta del citofono che scivolava dalla presa di Oscar sbattendo contro la parete e il pavimento, riprese il controllo della situazione Lea stessa.
“Chi è?”
“Sono Lester” dopodiché seguì il bip del portone che si apre bruscamente e dopo le lunghe e alte scale trovò la porta color petrolio chiaro aperta e sua sorella sulla soglia. Era una donna giunonica, i lunghi capelli neri erano legati in una treccia scomposta dalla frenetica vita di una donna che è anche mamma. La pelle pura e chiara come quella di una bambina. Nella sua scompostezza era delicata come una principessa, con quel sorriso largo circondato da lentiggini e fossette gli sembrò di tornare a casa dei suoi a 18 anni e di rivedere Lea lì con lo stesso sorriso ad aspettarlo scodinzolando sperando in qualche occasione di gioco. Quante cose ci sfuggono, non notiamo o sottovalutiamo. Guardiamo sempre troppo lontano rispetto a dove mettiamo i piedi, pestando talvolta chi ci circonda e rischiando di cadere. “Lea, scusa l’intrusione. Ho lasciato Carry e non ho dove andare. Lo so che è troppo, ma potrei chiederti di farmi restare giusto il tempo di sistemarmi? Farò il possibile per aiutarti in qualsiasi cosa tu abbia bisogno.” Lea rispose prendendo uno dei due borsoni di Lester “Mi dispiace per Carry, cos’è successo? Comunque non preoccuparti, a Oscar piacerà avere un po’ di compagnia a casa” con tenerezza sorrise con il sorriso che sanno fare solo le mamme, sembrava così grande rispetto alla sua età. Lester pensò che forse Lea fosse molto più matura di quanto credesse, pensò che forse i jeans troppo larghi e quel modo di vedere il mondo come una bambina non la rendevano immatura o ingenua. Pensò e anzi, forse capì, che Lea probabilmente della vita aveva capito tutto. “Su entra che ti sistemo il divano”. Posò tutte le sue cianfrusaglie in uno stanzino tranne la valigia. Raccontò a Lea di quanto aveva deciso riguardo Carry senza accennare a tutto il resto.
Non fece troppe domande, sapeva che Lester non amava parlare. Era troppo pragmatico per perdersi in chiacchiere. Le persone sono superficiali, si concentrano così tanto sulle parole da tralasciare i fatti. Se qualcuno facesse cose follemente intense per te ma non ti dicesse mai quanto ci tenga, tutto il fare perderebbe importanza, come se venisse cancellato. Non notiamo piccoli gesti come uno sguardo, attenzioni quotidiane date per scontate quando dietro nascondono una minuziosa cura e amore profondo. Notiamo ciò che riceviamo solo quando smettono di darcelo. Inziamo a dare solo quando smettiamo di ricevere. Si vive veramente a volume basso. Dunque, per quanto Lester amasse la letteratura, odiava le parole. Parlare lo agitava, non esistevano mai parole adatte ad emozioni, sensazioni, ricordi. Come fai a descrivere l’orizzonte del mare con le gocce di sole che toccano le onde guidate dalla corrente, o il cielo all’aurora quando per poco tempo sia sole che luna convivono in un limbo di colori malinconici. Come fai a esprimere la tua canzone preferita, una passeggiata nel bosco con gli amici o il profumo della mattina in inverno? Non si può e basta, li si può descrivere il più possibile e si avrà sempre la sensazione di non averlo fatto bene.
Era l’ora di pranzo, Oscar aiutava la madre e lo zio apparecchiando. La presenza di Lester in casa lo rendeva felice. Non aveva mai avuto un particolare rapporto con lui ma, come tutti i bambini, un certo sesto senso che premeva nella pancia gli diceva che Lester era silenzioso ma buono. E ai bambini questo basta. I bambini ascoltano la pancia. Gli adulti si impongono di non ascoltarla, di seguire il cervello. Ma la realtà è che nella pancia abbiamo una sorta di piccolo cervello. Proprio nelle pareti dello stomaco, un cervello incontrollabile fatto di emozioni, sensazioni e sesto senso. Le famosissime farfalle nello stomaco, preferiamo i monologhi forzati nella testa piuttosto che gli avvisi spontanei della pancia. Ci ritroviamo spesso a scegliere tra razionalità ed istinto, complicando anche quello che può essere semplice, fraintendendo e facendoci fraintendere.
Il rapporto tra Oscar e Lester era così un’intesa silenziosa che Lea adorava segretamente, le faceva piacere vederli insieme ma preferiva non disturbare il fratello sempre così impegnato. Ora il destino aveva ritagliato nella caotica vita di Lester, il tempo per Lea, per conoscere davvero sua sorella e la splendida persona che era diventata.
A stomaco pieno, dopo aver pranzato, Lester osservò la città dalla finestra dell’appartamento di Lea. Tutti quei palazzi, quei tetti, cosi piccoli e lontani venivano tinti d’arancio, del dolce giallo di Napoli che caratterizza i tramonti. Solo un lato, il resto dell’edificio sembrava scurire noncurante della straordinaria bellezza che quel contrasto di colore riusciva a creare, il cielo si iniziava a farsi variegato delle tinte più tenui e malinconiche, tutto sa di addio al tramonto. Allora Lester scoprì che il giallo di Napoli sarebbe stato il suo colore preferito, sapeva che sarebbe stato anche l’ultimo che avrebbe visto.
Guardando la città salutare il giorno ripercorse ciò che possedeva e ciò che voleva fare. Aveva abbastanza soldi per godersi un anno di vita senza badare a spese, dopotutto la prestigiosa posizione che occupava gli aveva permesso di mettere da parte una notevole somma per l’emergenze e da lì a 364 giorni non avrebbe più avuto bisogno di denaro. L’idea di morire con i soldi sotto il materasso lo inorridiva, in ogni caso il restante dei suoi risparmi sarebbe andato a Lea e Oscar. Su internet trovò un biglietto ad un prezzo ragionevole per quelle isole fuori dal mondo che tanto aveva desiderato vedere senza aver mai preso in considerazione l’idea di vederle davvero. Sarebbe partito la settimana dopo e intanto avrebbe cercato di recuperare una vita da fratello con Lea e zio con Oscar. Sembrava tutto così chiaro e semplice, ogni secondo scorreva come lentissimo, come se tutto il tempo a disposizione fosse perfetto perché niente era programmato in quella settimana perciò si poteva fare tutto.

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