Le famose 5 ore di reclusione al Galilei

Amareggiato mi ritrovo oggi qui a raccontare un fatto accaduto stamani di cui sono il protagonista, insieme ad un altro ragazzo di cui per ovvi motivi non faccio nomi.

Mi scuso anticipatamente con i lettori, non sono mai stato bravo a scrivere e proprio per questo non l’ho mai fatto pubblicamente, ma oggi vi chiedo di concentrarvi sul contenuto e non sulla forma delle mie parole.

Questa mattina mi sono reso conto che il lavoro di un ex rappresentante di questa scuola, un amico (anche se rivale), una persona che si è davvero fatta il c**o per portare cambiamento in questa scuola, è purtroppo stato (quasi) nullo.
Arrivato per la quinta volta in ritardo di quasi centoventi secondi rispetto all’orario di tolleranza (è vero, questa volta la colpa è mia), mi ritrovo in vicepresidenza faccia a faccia con un’innominata professoressa, di cui ancora una volta non faccio il nome per ovvi motivi, ma che probabilmente tutti conosciamo, che con la gentilezza e la dolcezza che da sempre la contraddistingue mi urla la tanto temuta frase:
<<Tu non entri, e questo trimestre ti trovi sei in condotta>>;
Fin qui tutto bene, certo non è del tutto positivo ma è la giusta “punizione” prevista per la mia mancanza.

I problemi sorgono nel momento in cui appresa la notizia della mia assenza vado per tornare a casa, ma vengo fermato dalla nostra innominata:
<<Dove vai? Oggi resti cinque ore qui>>.
Resto cinque ora lì? Com’è possibile se agli atti risulto assente? Chiedo spiegazioni, e con la solita calma e simpatia mi viene detto che qui le regole le stabiliscono loro e nessun altro, quindi è inutile continuare a parlarne.
Con fatica mantengo la calma, ed intrattengo una simpatica conversazione con l’innominata, che dopo aver chiamato in causa anche la preside esordisce con:
<<Va bene, intanto chiamiamo tua madre e le comunico che continuando così non ti ammettiamo agli esami – un po’ come dire: “non so più che dirti, intanto ti faccio cazziare da tua madre poi si vede” – poi se non ci sono problemi ti faccio salire in classe>>.
Tutto bene, la chiamata viene fatta, l’innominata lascia intravedere il suo simpatico sorrisino dovuto probabilmente alla soddisfazione di sentire il nervosismo e la voglia di “cazziarmi” lasciati trasparire al telefono da mia madre, e mi lascia andare.

La storia sarebbe finita qui se non fosse per una frase che mi viene esclamata quasi sul punto di uscire dalla tanto temuta quanto amata vicepresidenza:
<<Per oggi puoi salire, ma dalla prossima resti qui, e ti viene comunque segnata l’assenza che l’indomani voglio giustificata>>
Alterato e con ancor più fatica cerco di mantenere la calma: <<Non credo sia legale>> dico con un filo di voce, e dopo essere stato interrotto più volte da interventi poco educati ed atteggiamenti di supremazia che vi risparmio, aggiungo: <<Se ufficialmente non sono presente, non vedo con quale pretesto vengo trattenuto qui per queste cinque ore>>; Continuando il discorso e trovando ancora tanta ostilità metto in gioco la legge italiana che, a prescindere da ciò che possono dire preside, vicepreside, professori, preti ed ordini superiori vari, deve essere rispettata, regolamento di istituto o meno.
Le cose sono chiare, se sono presente ho l’obbligo di rimanere chiuso tra queste mura, ma se sono assente, ho il diritto di uscire e far ciò che voglio.
Non appena viene messo in campo un fattore legale si cambia subito registro, un attimo di silenzio da parte di entrambe (preside e prof “innominata”), e le cose cambiano:<<Non risulti assente, risulti presente ma non in classe>> (si lascia intendere che la giornata scolastica valga, spero)
Capisco. E c’era bisogno di arrivare a tanto? Oltre venti minuti di conversazione (senza dubbio poco piacevole per entrambi) per rendersi conto che forse avevo ragione io? Nah, sicuramente lo sapevano già, però come di consueto speravano di trovare una persona “ignorante” in materia, così da sovrastarmi con il loro “potere” (possiamo chiamarlo così, no?)

Purtroppo viviamo in una realtà in cui ci si approfitta della nostra disinformazione, dettando così leggi che non esistono;
Perchè se lo dice la preside, o chi per lei, allora quella sì, è legge.
Ma basta poco per far cambiare la situazione, basta un minimo di informazione, ed oggi ne è stata la prova.
Per non parlare dell’insegnante della prima ora, che vedendomi rientrare in classe e compreso l’accaduto:
<<Eh no Migliore, è il regolamento, quando ti sei iscritto tu ed i tuoi genitori lo avete accettato>>
È vero, tutti noi studenti di questo liceo lo abbiamo accettato, ma da nessuna parte è scritto che superato un numero x di ritardi bisogna rimanere assenti e “sequestrati” in uno stanzino. (Per fortuna direi, anche perchè scriverlo significherebbe sfociare nella totale illegalità).

Questo è il terrorismo psicologico di cui ha tanto parlato lo scorso anno in nostro ex rappresentante, Omar, di cui stimo tantissimo le idee e l’operato (anche se non condivido tanto i modi, ma quello è un fattore personale)
Questo è quel terrorismo psicologico che piano piano stava diminuendo, ma si sa, una volta diplomate e “fuori dalle scatole” quelle 2/3 persone che creavano “problema” a questi “poteri superiori”, si riprende a comandare indisturbati.Questo è quel terrorismo psicologico per cui ogni anno ogni Galileiano deve lottare con la speranza che, un giorno, si spera più vicino possibile, le cose possano cambiare.

Giovanni Migliore

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3 Responses

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