Eros e Thanatos: pulsioni ubique- cinematografia e musica

Il nostro caro amico Sigmond Freud un bel giorno scrisse un saggio. Era il 1920 quando pubblicò il suo libro intitolato “Al di là del principio di piacere”. Il saggio mette in tavola due termini: EROS E THANATOS. Chi sono? Cosa fanno? Cosa significano? Pulsione di vita e pulsione di morte. Ecco come vengono ricordate queste due parole complesse il cui significato non è sicuramente banalizzabile ad una definizione scarna.

 

In realtà il nostro caro vecchio amico Sigmondo non ultilizzò mai la parola “Thanatos” nei suoi scritti ma, come ci dice Ernest Jones, neurologo e psicoanalista britannico, precursore e guida della psicoanalisi, egli utilizzò molte volte questo termine durante le conversazioni.

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Eros è, nella religione greca, il Dio dell’amore fisico e del desiderio, un principio divino che spinge verso la bellezza. A questo punto potremmo chiederci: come possiamo collegare la definizione tradizionale proveniente dalla mitologia greca di Eros, a quella freudiana? All’interno della concezione freudiana, la pulsione di vita si concretizza soprattutto negli istinti sessuali ed è focalizzata al mantenimento della vita umana.

Tanato o Thanathos è, nella mitologia greca, la personificazione della  morte. La pulsione distruttiva che noi tutti abbiamo.

Anche Salvatore Quasimodo nella raccolta poetica “la vita non è sogno”, in particolare nell’ottava poesia, esprime l’eterna ricerca della verità tra la vita e la morte.

THANATOS ATHANATOS

E dovremo dunque negarti, Dio
Dei tumori, Dio del fiore vivo,
e cominciare con un no all’oscura
pietra «io sono» e consentire alla morte
e su ogni tomba scrivere la sola
nostra certezza:«Thanatos athanatos»?
Senza un nome che ricordi i sogni
Le lacrime i furori di quest’uomo
Sconfitto da domande ancora aperte?
Il nostro dialogo muta; diventa
Ora possibile l’assurdo. (…)

Freud infatti incastra nella concezione rasserenatrice e benevola di “piacere” entrambi i termini. Qualunque tipo di piacere può essere spinto da entrambe le facce di questa unica medaglia: tendenza demolitrice e tendenza costruttrice come l’angoscia catulliana di Odi et amo:

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior

Dove possiamo scorgere, tanto o poco, questo concetto di “Amore e morte” nella musica? Dove nel cinema?

Si potrebbe fare un elenco infinito, ma riporterò solo ciò che, nel corso della mia vita, mi ha segnata di più.

Nel 1961 Fabrizio De Andrè scrive la canzone “la ballata del Michè”, la storia di un uomo trovato morto dentro la sua cella, impiccato.

“Quando hanno aperto la cella

era già tardi perché

con una corda al collo

freddo pendeva Michè”

 

 

Un sottofondo malinconico, parigino e incalzante. Tra le note sciolte e cullanti, De Andrè ci racconta una storia che oscilla tra l’amore per una donna, Marì e la morte.

 

Sarebbe scontato citare Romeo e Giulietta o Tancredi e Clorinda. Per questo mi discosto citando in modo un po’o metaforico ma secondo me adeguato ,   il film “Profumo – Storia di un assassino”, del 2006 diretto da Tom Tykwer, adattamento cinematografico del romanzo Il profumo di Patrick Süskind. Amore per gli odori accostato al tema della morte. Un unico superomico personaggio che estremizza e esaspera i nostri concetti in analisi soprattutto nella conclusione del film dove il protagonista, avendo capito che il profumo, nonostante potesse farlo apparire come una divinità per il mondo intero, non poteva trasformarlo in un essere capace di amare e di essere amato veramente, si versa addosso tutto il profumo con un gesto lento, davanti a una folla e si lascia uccidere e divorare dalla smania e dall’adorazione di questi.

 

Ancora la canzone “la ballata dell’amore cieco”. Come ci racconta De Andrè, un uomo onesto, un uomo probo, s‘innamorò perdutamente d‘una che non lo amava niente. Anche davanti alla morte si può essere felici? Il sentimento è l’unico modo per guardare in faccia la morte. L’uomo riesce a sconfiggere la fine della vita con il coraggio, con l’amore, affrontando la morte a testa alta. E lei, fredda e impassibile chiede all’uomo che l’amava di compiere gesti estremi come uccidere la madre e  tagliarsi i polsi.

 

Morir contento e innamorato

Quando a lei nulla era restato

Non il suo amore, non il suo bene

Ma solo il sangue secco delle sue vene”

 

Continuando con il mondo del cinema non si può non citare Il settimo sigillo, un film svedese del 1957 diretto da Ingmar Bergman, una delle personalità più eminenti della storia della cinematografia mondiale. La famosa “partita a scacchi con la morte”.  Tornato dalle crociate in Terra Santa il cavaliere Antonius Block trova ad attenderlo la Morte, che ha scelto quel momento per portarlo via. Il cavaliere decide di sfidarla a scacchi. La partita si svolge nel corso di vari incontri tra Block e la Morte, che alla fine del film vince la partita.

 

L’amore è quel sentimento passionale e irrazionale che sta sulla soglia di una porta inquietante e macabra, la follia che può sfociare nella morte. Impulso, spinta vitale che riesce a dilaniare le cose belle, ma che riesce al contempo a renderle meravigliose. Eros e Thanatos: un duello spirituale con cui dobbiamo convivere. 

-Paola Zamataro

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