Felicità: concetto utopico o facilmente realizzabile?

Cos’è per voi la felicità?

È qualcosa che va ricercata ma impossibile da trovare? Da raggiungere?

Per filosofi, poeti e pensatori come Schopenhauer e Leopardi, fino a Bukowski, la condizione umana è strettamente legata al concetto di infelicità.

Per Schopenhauer ad esempio “la vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia” perché l’uomo portato a desiderare infinitamente, ma non essendo sostanzialmente infinito, finisce per soffrire; e quando decide di non soffrire più decidendo di non desiderare più allora lì, in quel preciso momento dove sembra “felice”-perché non soffre più- ecco che subentra la noia. E a questo punto all’uomo non rimane altro, dice Schopenhauer, che l’ascesi ossia l’aspirazione al Nirvana, il “paradiso” buddhista (e non il gruppo musicale). Il problema sta nel come arrivarci a sto “benedetto” Nirvana tramite l’ascesi: la quale prima di tutto chiede la castità più totale (i masturbatori seriali non sono ammessi neppure) e poi tutto ciò che ne concerne: povertà, digiuno, sacrificio e automacerazione (ovvero una sorta di auto-fustigazione; per i più, immaginate uno che si da frustate). È chiara dunque la difficoltà per raggiungere il Nirvana; lo stesso Schopenhauer aveva rinunciato all’impresa avendo numerose relazioni (era un donnaiolo).

Anche Leopardi, il poeta del pessimismo, riterrà l’infelicità come condizione tipicamente umana in ogni tempo e luogo, sostenendo che la felicità sia legata alla ricchezza e alle passioni, così come l’infelicità ad una condizione di dolore acuto (non c’è da meravigliarsi data la sua pessima salute).

Bukowski riterrà invece che l’infelicità risiedesse nell’accontentarsi di qualcuno pur di non restare soli (anche lui estremamente donnaiolo).

E adesso starete pensando: “Ma allora dopo tutto questo bordello come si è davvero felici?”

Credo che una risposta accettabile la possa dare solo da colui che è stato definito il teorico del nazismo (non parlo dell’uomo con i baffetti) ma di Friederich Nietzsche (si legge Nice) filosofo della fine dell’ ‘800 che teorizzò la figura del “superuomo” ossia di colui che ha ucciso Dio, o qualunque suo surrogato, ha aperto a se stesso l’infinito mare delle possibilità della sua vita andando oltre qualunque principio e certezza morale, ma anzi creandone di nuove per se stesso, ed essendo in grado di non avere rimorsi o rimpianti ripetendo in eterno ogni sua scelta. Tuttavia essere “Superman” (battuta squallida ma dovuta) non è semplice perché a forza di crearci da soli i nostri ideali si rischia di diventare come l’uomo con i baffetti. “Allora sei str**zo che non dici come si diventa davvero felici e dove risiede la felicità”.

Vero, ma non credo ci sia una risposta oggettiva a questa domanda. Penso che si potrebbe fare un connubio tra tutte le possibili soluzioni su come diventare felici prendendo spunto da filosofi e poeti del passato; oppure pensarla come faccio io: credo che la felicità sia un qualcosa dentro di noi che si manifesta piano, a piccole dosi, perché non è inesauribile e se la sprecassimo tutta, in una sola volta, finiremmo per passare la nostra intera esistenza nell’infelicità più totale.

Concludo con questa citazione di un anonimo, perché credo che ci sia sempre qualcuno che abbia detto qualcosa nel migliore dei modi.

“A scuola mi domandarono cosa volessi essere da grande.

Io scrissi “Essere felice”.

Mi dissero che non avevo capito il compito, e io risposi che loro non avevano capito la vita”.

 

-Emanuele Giglio

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