LA TREGUA DI NATALE, 1914: RITROVARE L’UMANITÀ PERDUTA

24 Dicembre 1914.

Soldati del fronte inglese e tedesco si battono da cinque mesi, ancora all’inizio di una guerra che durerà altri 4 anni. Cosa accadde tra questi soldati la notte di Natale che sconvolse tutto il mondo? I soldati dei due battaglioni abbassarono i fucili, uscirono dalle trincee e cominciarono a festeggiare insieme il Natale: giocarono a calcio, condivisero la cena, cantarono insieme,si scambiarono regali e seppellirono i soldati morti nel fronte.

Improvvisamente, disobbedendo ai grandi potenti e con una disarmante naturalità, uomini addestrati al massacro guardarono i loro avversari come amici. Altro che “magia del Natale” che spacciano le pubblicità di Amazon, Ikea, Poltronesofà e ogni altra azienda. Altro che Natale chiuso in slogan di panettoni come “A Natale puoi”, “A Natale siamo tutti più buoni”… Quei soldati in trincea sono la vera dimostrazione di cosa è realmente il Natale! Senza bisogno di luci o panettoni è incredibile l’influenza umanizzante del Natale sugli uomini che combattevano in trincea.
Questo periodo deve farci riscoprire bambini come quei soldati, farci ritrovare l’umanità e la semplicità di cuore perduta, farci sorprendere di quello che ci circonda. Soprattutto ultimamente siamo abituati a diffidare del diverso e a chiuderci in noi stessi. Vi invito ad avere in questo periodo quei soldati in mente.
Vi riprongo qui sotto le lettere dei soldati che spedivano a casa raccontando questa notte di Natale, come “la migliore della loro vita”

-Francesco Umana

 

“Che straordinario effetto ha sul mondo il Natale! Pace e buona volontà tra gli uomini, si può capire in tempo di pace, ma tra uomini che per cinque mesi non hanno fatto altro che spararsi e uccidersi è una cosa incredibile. Se non avessi visto con i miei occhi l’effetto del Natale su queste due linee di trincee, non ci avrei mai creduto. I cecchini tedeschi ieri non hanno mai smesso di sparare, per tutto il giorno. E di solito è così. Il fatto è che quando è scesa la notte tutto è cessato. I tedeschi cantavano e gridavano, e noi cantavamo e gridavamo. Ci urlavamo «Buon Natale!» da una parte all’altra. Hanno acceso grandi fuochi lungo tutta la linea, e potevamo vederci chiaramente. Solo poche ore prima dovevamo stare ben attenti a tenere la testa bassa, al di sotto dei parapetti, e adesso ci stavamo seduti sopra, lanciando sigarette e tabacco ai nostri nemici, che passeggiavano sul campo. In alcune zone stavamo a sole 100 iarde da loro, e abbiamo parlato per tutta la notte. Hanno anche proposto di giocare a pallone. Al mio ritorno ti parlerò ancora dell’incredibile trasformazione che è avvenuta all’alba del giorno di Natale. Oggi non è stato sparato un colpo, e la brina è ancora intonsa sul terreno ghiacciato. Un bel cambiamento, dopo la pioggia.”

The Newcastle Daily Journal», lunedì 4 gennaio 1915

 

“Avevo cinquanta uomini nel mio plotone prima della battaglia, e alla fine erano rimasti in ventinove. La maggior parte degli altri erano feriti. Tre volte abbiamo dato l’assalto sotto una grandine di piombo. Ci hanno lasciato acquartierati per tre giorni, e poi ancora in trincea per altri quattro. Siamo arrivati il 25 dicembre, mentre voi festeggiavate il Natale io ero in trincea. Sono stati giorni molto diversi, abbiamo passato il Natale in pace invece di continuare a spararci a vicenda. In qualche modo è stato deciso un armistizio, e abbiamo parlato con i tedeschi a metà strada tra le trincee. Questo ha dato a tutti l’opportunità di seppellire i propri morti, che erano rimasti distesi sul campo dal momento dell’attacco. Era così strano parlare con i tedeschi, e qualcuno di loro parlava inglese. Li abbiamo sentiti cantare la notte di Natale, hanno davvero dei bravi cantanti tra le linee. Per il Boxing Day la cosa si è ripetuta, erano di nuovo fuori dalle trincee, e qualcuno di loro ha anche offerto ai nostri cioccolato e sigarette. I nostri quattro giorni sono finiti, e ce ne siamo andati senza che fosse sparato un colpo. Siamo acquartierati in una fattoria per una pausa di quattro giorni, e poi torneremo in trincea, a spararci a vicenda.”

The Newcastle Daily Journal, martedì 12 gennaio 1915

 

“Il mattino di Natale stavo facendo colazione in trincea, quando è passata la voce: “I tedeschi sono fuori dalle trincee!”. Gli ufficiali tedeschi hanno detto di volere un armistizio per seppellire i caduti. Dopo una breve discussione si sono accordati per una tregua, perché anche noi avevamo dei morti da seppellire. In realtà credo che ci siano state anche ragioni sentimentali, dopotutto non era forse Natale, giorno di pace e fratellanza tra gli uomini? Il nostro cappellano, che per un caso fortunato era arrivato in trincea quella mattina per farci gli auguri di Natale, ha potuto celebrare una breve messa. Il cappellano ha letto il servizio funebre. Un soldato tedesco, credo uno studente di teologia, ha tradotto per la parte tedesca. Non capivo cosa stesse dicendo, ma ascoltarlo era bellissimo. Finita la messa abbiamo iniziato a fraternizzare con i tedeschi, come se fossimo vecchi amici. Qualcuno parlava molto bene inglese – uno era stato cameriere all’Hotel Cecil di Londra – e abbiamo capito che sono davvero esausti di questa orrenda situazione.”

 

 

Stamattina abbiamo fatto la comunione in una fattoria a mezzo miglio di distanza. Siamo partiti prima che facesse giorno per stare tranquilli. È stato assurdo. La fattoria era stata bombardata, ed era praticamente distrutta. Dove abbiamo fatto la messa, il tetto era mezzo crollato. Credo che non mi capiterà più di assistere a una messa del genere, una situazione così riverente e intorno tutto così brutale. Al ritorno abbiamo deciso di rimanere sulla strada, anche se saremmo stati in piena vista del nemico. Siamo arrivati sani e salvi, e poco dopo alcuni dei nostri hanno fatto due tiri a pallone appena fuori dalla trincea. I tedeschi si sono fatti vedere, e, per farla breve, è finita che ci siamo incontrati a metà strada, per darci la mano e scambiare sigarette e piccole cose, e ci siamo salutati come migliori amici. Uno mi ha lasciato il suo indirizzo per scrivergli, dopo la guerra. Erano proprio dei bravi ragazzi, davvero. Immagino che possa sembrare una storia incredibile ma è andata proprio così. Sono certo che se la decisione stesse agli uomini, non ci sarebbe nessuna guerra”

 

 

“I fuochi erano spenti nelle linee inglesi, e solo lo sguazzare di stivali fradici sul terreno fangoso, gli ordini sussurrati degli ufficiali e dei graduati e il lamento del vento rompevano il silenzio della notte. Lo scrigno dei ricordi ci ha trascinati in un incanto di malinconico silenzio. Nel mio sogno sentivo le risate e le mille melodie della cena di Natale. Col mantello appesantito dal fango, le mani spaccate e piagate dal freddo, stavo in piedi contro il bordo della trincea, e attraverso uno spiraglio lanciavo sguardi stanchi alle trincee tedesche. Pensieri furibondi mi affollavano la mente; ma non c’era un ordine, non un filo conduttore. Pensieri d’infanzia e casa, di come erano stati tutti gli anni che mi avevano portato a questo. Mi sono chiesto come potevo essere finito in una trincea umida, infelice, quando avrei potuto essere in Inghilterra, al caldo e soddisfatto. Mentre osservavo il campo ancora sognante, i miei occhi hanno colto un bagliore nell’oscurità. A quell’ora della notte una luce nella trincea nemica è una cosa così rara che ho passato la voce. Non avevo ancora finito che lungo tutta la linea tedesca è sbocciata una luce dopo l’altra. Subito dopo, vicino alle nostre buche, così vicino da farmi stringere forte il fucile, ho sentito una voce. Ho teso le orecchie, rimanendo in ascolto, ed ecco arrivare lungo tutta la nostra linea un saluto mai sentito in questa guerra: “Soldato inglese, soldato inglese, buon Natale! Buon Natale!”. Dopo gli auguri quelle voci profonde sono esplose in un invito: “Venite fuori, soldati inglesi, venite qui da noi!”. Per un po’ siamo rimasti diffidenti, senza neanche rispondere. Gli ufficiali, temendo un agguato, hanno ordinato agli uomini di restare in silenzio. Ma ormai su e giù per la linea si udivano i soldati rispondere agli auguri del nemico. Così è cominciato un fitto dialogo con i tedeschi, le mani sempre pronte sui fucili. Sangue e pace, odio e fratellanza: il più strano paradosso della guerra. Il Natale aveva trasformato in amici gli acerrimi nemici.”

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