L’umanità di “I figli degli uomini ” nel 2020

“I figli degli uomini” è il dipinto perfetto di Alfonso Cuaròn, come la Monnalisa per Leonardo. Questa pellicola uscita nel 2006 ha un valore sopraffino, sarà anche la visione in questo assurdo nuovo decennio a dargli ancora più pregio, ma l’opera del regista messicano è una di quelle eccelse che non puoi toglierti dalla testa. Tenendo un attimo di lato la profondità della storia, credo che la messa in scena del film tocchi picchi elevatissimi tanto da sfiorare il futile concetto di perfezione, futile perché anche se il “perfetto” non esiste, questo film è girato in maniera esemplare per quello che vuole raccontare. Se non vi è ancora capitato di vederlo, sicuramente una serie di cose vi terranno piantati di fronte lo schermo per quasi 2 seducenti ore.

La cura della fotografia da parte di Lubezki è pura magistralità, il montaggio saltellare nonostante gli incredibili piani sequenza accompagnano inquadrature quasi esclusivamente riprese a mano (come fosse un documentario per intenderci), una direzione di scena follemente disarmante a dir poco e il voluto effetto cupo e claustrofobico a rendere infatti l’idea di una scrostata mancanza di certezze. Tutto ciò confeziona un pacco regalo inappuntabile a cui Clive Owen mette il fiocco grazie all’interpretazione della vita su di un ruolo tutt’altro che dalla personalità interessante, ma reso magnetico, appunto, dall’attore britannico; un pacco che poi i fantastici Michael Caine e Julianne Moore mettono sotto l’albero.

“I figli degli uomini” è un film che parla di umanità e all’umanità , sopratutto visto con l’occhio di un 2020 che purtroppo ha visto passare di fronte a sé moltissimi momenti di disgrazia e di decadente umanità in pochi mesi. L’incipit della storia (tratta dall’omonimo romanzo di P. D. James) è graffiante e brutalmente diretto tanto da farti respirare l’aria che tira in un mondo sull’orlo dell’estinzione nel 2027 grazie alle angoscianti ambientazioni londinesi. Ciò che mi stupisce maggiormente è che non mi stupirebbe affatto se il mondo si ritrovasse in un paio di decine d’anni nella stessa identica situazione socio-politica descritta dal film, un governo tiranno e avvilente che tratta le persone come animali da macello, membri di organizzazioni anarchiche che gridano alla rivolta ma silenziosamente si uccidono a vicenda dall’interno per i propri interessi, gabbie e campi per profughi in mezzo alle metropoli, divieto di spostamento dalla propria città, guerriglie urbane, armerie nascoste nei boschi, città intere conquistate da comunità religiose in rivolta, l’esercito che occupa i luoghi di culto: un incubo che rincorre della popolazione umana con un effettivo fiato sul collo, ma che quest’ultima paradossalmente sente distante e purtroppo sentirà distante fino a non ad arrivare un punto di non ritorno, un punto in cui non ci sarà né pre né post ma solo un durante. Il durante di un’apocalisse, di una guerra che distruggerà l’uomo in quanto essere.

Nonostante la trama del film sia una potente freccia di speranza la pellicola stessa ci mostra anche, tramite alcune pillole (ad esempio il cervo nella scuola abbandonata), come la Terra potrebbe tranquillamente andare avanti senza la presenza dell’essere umano, e ciò è da un certo punto di vista è al contempo deplorevole e giusto. “I figli degli uomini” parla direttamente con l’uomo e dell’uomo, e del futuro contro cui andremo a sbattere tutti se non ci sarà un radicale cambio di rotta. Colpisce perché questo futuro prossimo è assurdo ma non improbabile, colpisce ma non sorprende, sembra lontano ma è dietro l’angolo, probabilmente perché “I figli degli uomini” è un film corale, unitario, globale, mondiale, universale e umano.

 

-Nicolò Paolucci

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