Il crollo dell’utopia

“Gli uomini raramente 

apprendono ciò che credono già di sapere” 

-R.Niebuhr

Dopo mesi di “prigionia forzata” in casa propria, causata dal crollo del sistema sanitario, adesso, dopo le tragedie degli USA, vien meno anche quello della difesa: siamo, non solo in una crisi biologica, ma ancor di più, in una crisi antropologica.

In un mondo che sembra crollare a pezzi, dominato dalle continue catastrofi in cui la natura stessa si sgretola, come durante gli incendi dell’Amazzonia e dell’Australia di questi anni, come ci si può sentire al riparo se qualsiasi sicurezza viene meno? Dove cercare riparo, se lo Stato, che dovrebbe essere garante della tutela del cittadino, è corrotto e pieno di male? Dov’è finito il mondo perfetto, che dal 1800 viene dipinto e costruito dalla ragione umana, e che in questi mesi si è fatto forte dell’azzeccatissimo slogan: “Andrà tutto bene”? Dov’è finita la promessa di cura all’uomo, se l’uomo viene disantropomorfizzato, e non è più nemmeno considerato come tale?

Davanti a tali eventi, basta usare uno slogan, che oggi si caratterizza con il più sfrenato ottimismo, ma che secoli fa si collocava nello slancio alla conoscenza del “Sapere aude”, per salvare il mondo? Quanto valgono questi slogan davanti a centinaia e migliaia di morti innocenti? Quale valore assume la vita, se legata di continuo a slogan, e motti ottimisti, che inneggiando ad una totale salvezza, coltivano il seme del loro, inevitabile, fallimento? Basterebbe pensare all’amore per l’uguaglianza che guidava i francesi alla “révolution”, ma che subito dopo avrebbe portato alla dittatura e alla fioritura della ghigliottina, così come alle grandi politiche del ‘900, per rendersi conto che qualsiasi slogan risulta piccolo davanti alle tragedie del vivere… Ma allora davanti al crollo utopico del mondo perfetto, come reagire?

Davanti ai delitti razzisti commessi dalla polizia, in America come in tutto il mondo, verrebbe istintivo reagire come gli utopisti del passato: attraverso slogan, più o meno forti, si cerca di coalizzare la rivolta per un mondo migliore, in cui la piaga, in questo caso il razzismo, non troverà più radici per crescere. Così come nel 1800, ecco che i due principali slogan prendono vita: “Black lives matter”, e “I can’t breathe”.

Non è cambiato nulla negli ultimi due secoli, e la fine che si prospetta non è tanto diversa: odio, violenza, e ripudio di qualsiasi parte dello Stato, partendo dalle forze dell’ordine, per arrivare alla politica in generale. Come se, a causa di questi terribili eventi, tutto il bene, tutte le vite salvate, e tutte le mosse politiche dei governi, non abbiano più alcun peso: come se, per meno di un paese perfettamente giusto, non si possa vivere. L’evidenza è che, se da millenni l’uomo è in cerca, e prova ad essere artefice del perfetto sistema politico, e del perfetto mondo, fallendo ogni volta, allora non esiste, e non può esistere il mondo utopico, che anche Platone ipotizzava, semplicemente perché alla base di qualsiasi sistema e di qualsiasi ideale, resta sempre un elemento comune: l’uomo, l’imperfetto per eccellenza. Allora più che alla rivoluzione e a qualche slogan, che provoca una reazione giusta, ma destinata a breve vita, bisognerebbe inneggiare alla ricerca non di un ideale, ma di una certezza, che davanti al covid e davanti alle tragedie della vita, non crolli, e che possa far diventare la vita, non perfetta, ma davvero “nuova”.

 

-Matteo Giunta

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