L’Italia che lavora

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro“.

Articolo 1 della costituzione italiana. Per fare un po’ meno patriottismo, che oggi sembra essere tornato di moda, potrei chiedervi cosa significa per voi la parola lavoro, e soprattutto, cosa significa nel nostro paese.
Riprendendo la nostra carta costituente, all’articolo 4, possiamo notare che per lo stato il lavoro è sia un diritto che un dovere. Infatti, è garantito dalla repubblica a tutti i cittadini, ma al contempo tutti devono contribuire al progresso della società in cui vivono. Seppur così definito, è ovvio che lo stato non possa garantire il lavoro a
tutti, nè possa punire coloro che non lavorano, ma dovrebbe sempre essere impegnato affinché questo diritto non resti solo un’affermazione di principio.

Con la pandemia tutto si è fermato: il mondo del lavoro è entrato in crisi ed ora sta affrontando i cambiamenti necessario a far ripartire l’economia. Il lockdown ci ha mostrato sfaccettature dell’aspetto lavorativo che sconoscevamo e lo smart working ha definitivamente rivoluzionato la vita lavorativa.
E così anche noi giovani, che passando più tempo in casa con i genitori spesso ci siamo potuti spingere alla scoperta di queste realtà. Quello che mi chiedo infatti è, alla luce dell’esperienza di questi mesi, che cos’è per noi il lavoro?

Mi sono trovato a scrivere questa riflessione dopo aver letto con attenzione le notizie relative all’ultima conferenza generale di Confindustria, dove il presidente Carlo Bonomi ha presentato “Il coraggio del futuro”; un’analisi dell’attuale situazione italiana e dei cambiamenti necessari per potenziare l’economia e la crescita del nostro paese nei prossimi 30 anni. Leggendo piccolissima parte di quelle 385 pagine mi sono reso conto di quanto preoccupante, ma anche triste, sia la visione di queste persone. In particolare, mi ha colpito il passaggio sulla scuola, dove, oltre a proporre un profondo cambiamento del sistema scolastico, scrivono: “Il rilancio dello sviluppo del nostro paese deve necessariamente passare per l’ampliamento della dotazione di capitale umano. Il circolo virtuoso si attiva se e solo se si punta sull’innalzamento della qualità del capitale umano che si sostanzia nelle competenze, da intendersi come combinazione di conoscenze, abilità, attitudini personali. “Il sapere”, “il saper fare”,“il saper essere”.

Nel testo si delinea una scuola nell’ottica di produttrice di lavoratori, più che di persone e cittadini. A questo punto mi sono chiesto, in quanto parte di questo sistema, a che cosa ci prepara la scuola qui in Italia.
Penso che ogni studente sia d’accordo nel dire che tante cose non vanno, nel sistema scolastico italiano, molti problemi potrebbero essere risolti anche facilmente eppure sembra tutto così statico, manca l’innovazione, manca parte di quella praticità di cui parla Confindustria, e manca sicuramente quel tassello che ci dovrebbe insegnare a rapportarci con la vita dopo la scuola, con il mondo degli adulti, che sia universitario o lavorativo.

A livello generazionale, penso che il mondo lavorativo ci affascini, ma solleciti sensazioni discordanti. Vogliamo lavorare perché vogliamo iniziare ad essere indipendenti e realizzare qualcosa di nostro, cerchiamo qualcosa che amiamo, che assecondi le nostre passioni, ma allo stesso tempo però siamo spaventati dall’imminenza del nostro ingresso nel settore lavorativo. Questo pensiero rende a moltissimi ancora più ardua la scelta del percorso da intraprendere proprio per raggiungere quell’ambiente, e in più di certo non possiamo dire che la scuola ci aiuti
a trovare la nostra strada.

Allo stesso tempo però, tralasciando la classica diatriba generazionale sulla pigrizia dei giovani, sembra, nella relazione di Bonomi, che il settore industriale voglia una forza lavoro fresca e pronta senza fare nessuno sforzo per aiutarla a far parte del suo mondo. A questo punto penso che la questione centrale sia proprio il pensiero
che abbiamo del lavoro: ci spaventa? O ci incentiva? Vogliamo lavorare perché ci piacerebbe farlo, o perché ci sentiamo pressati dalla necessità sociale di farlo?

Viviamo in un mondo dove la competizione è spietata, il mondo del lavoro è spietato, e tutto e tutti fanno in modo di ricordarcelo: le difficoltà a cui andremo incontro, i sacrifici che dovremo compiere.  Sembra che si sia quasi perso quel concetto indicato nell’articolo 4, l’obbligo di far progredire la società in cui viviamo a
seconda delle proprie possibilità o scelta. Ma dov’è scritto che questo progresso è necessariamente quello economico?

Concludendo non posso che chiedermi se preferiremmo avere tra quei cambiamenti che tanto speriamo per il nostro sistema, una scuola più volta a formarci in quanto lavoratori più che persone, più rivolta al mondo del lavoro, e al “servizio” delle aziende. Ma soprattutto mi chiedo come noi vogliamo vivere il lavoro, d’altronde il coraggio del futuro, dovrà essere il nostro.

 

-Francesco Conte

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