Vittima o carnefice?

‘’ Un vulcano di idee e progetti che PER IL MOMENTO è stato spento. Albero Maria Genovese, 43 anni, imprenditore napoletano lombardo di adozione, dopo la laurea in economia all’università Bocconi di Milano, non si è fermato un attimo. Sarà costretto a fermarsi in prima persona ALMENO PER UN PO’ in attesa degli sviluppi giudiziari, dopo il fermo per accusa di violenza sessuale. ’’ 

Così il Sole 24 ore ha descritto lo stupratore di una diciottenne che aveva semplicemente deciso di partecipare ad una delle feste organizzate nell’attico milanese dall’imprenditore. L’articolo è stato modificato dopo qualche giorno grazie alle numerose sollecitazioni di tutti coloro che sostenevano fosse raccapricciante definire con connotati positivi un uomo accusato di aver drogato, violentato, torturato e quasi ucciso una ragazza.

L’articolo non si sofferma tanto sul denunciare e mettere in luce le azioni inconcepibili compiute da Genovesi ma ne esalta la figura descrivendo il suo percorso di studi e la fondazione di Facile.it.

Anche oggi ci ritroviamo di fronte un nuovo episodio in cui lo stupro viene minimizzato, l’oppressore giustificato e la vittima penalizzata. Tutto questo è colpa della società in cui viviamo che è riuscita a invertire il ruolo della vittima con quello del carnefice e ha assimilato la cultura dello stupro. Una società che non mette a disposizione gli strumenti che possiede come i mezzi comunicativi, che non crede profondamente alle sue vittime e alle loro esperienze e che non prende le giuste distanze dai colpevoli. 

Spesso siamo proprio noi donne a portare avanti questa mentalità in quanto ci sentiamo in torto agli occhi della società e a mio parare questo è uno dei segnali più evidenti di quanto siamo distanti dal raggiungimento della parificazione. Noi stesse, vivendo in una società strutturalmente maschilista, acconsentiamo a subire atteggiamenti discriminatori che ormai vengono dati per scontato, infatti quante volte vi è capitato di sentirvi dire ‘’ eh si, gli uomini sono fatti così’, ‘’ ti tratta bene? ’’ o ‘’ sono cose da uomini, voi donne non potete capire’’.

È proprio l’indifferenza davanti a queste frasi che porta al rafforzamento della disuguaglianza e trascina coloro che hanno deciso di alzare la testa e dire la propria a rinchiudersi in se stessi e smettere di opporsi.

Nel corso del tempo abbiamo acquisito sempre più diritti e siamo riuscite a migliorare esteriormente le nostre condizioni ma ci sono ancora moltissime circostanze che complicano la vita di ogni donna. Siamo stanche di sentirci dire ‘’ non andare in giro da sola’’, ‘’stai attenta’’ o ‘’non tornare da sola’’, siamo stanche di essere giudicate per ciò che indossiamo o per ciò che facciamo, siamo stanche di sottostare a limitazioni culturali e religiose che ci hanno fatto credere che una parte di questo mondo non fa per noi. Sono stanca di vedere come alcune donne condannano il comportamento delle altre che hanno deciso di disobbedire alle regole e pensano che a loro non potrà mai accadere perché sono donne’’ per bene’’.

Nonostante tutto ci sono donne che combattono ancora la loro lotta in cui l’avversario non è l’uomo ma la società. Una società che ci consiglia di parlare, di denunciare ma in realtà ci stimola a tacere in quanto sottopone le vittime a processi che le umiliano e sminuiscono. Basta pensare alle prime domande che vengono poste ‘’ avevi bevuto?  Avevi fatto uso di droghe? Com’eri vestita? In che rapporti sei con l’aggressore?”.Domande irrilevanti in quanto nessuna di queste risposte potrà mai minimamente giustificare il comportamento dell’aggressore.

Se vogliamo davvero un cambiamento dobbiamo essere le prime a cambiare la nostra mentalità talvolta ‘ maschilista, dobbiamo rialzarci, lottare, spargere la voce e influenzare altre donne e uomini. Dobbiamo anche essere considerate delle seccature perché siamo obbligate a chiarire che oggi non siamo più disposte a subire alcun tipo di discriminazione.

-Martina Pennisi

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